Il Portogallo approva la maternità surrogata

Contestualmente, il presidente ha rimandato all’Assemblea il provvedimento sull’eutanasia legale poiché incompleto

Il presidente del Portogallo Marcelo Rebelo de Sousa ha promulgato la legge sulla maternità surrogata. Da oggi potranno accedervi le donne senza utero o che presentino lesioni o situazioni cliniche tali che “assolutamente e definitivamente” impediscano loro di rimanere incinta.

La settimana scorsa il Parlamento aveva approvato il provvedimento con il favore del partito Iniziativa Liberale e della sinistra compatta (ad eccezione dei comunisti); nella votazione finale sono stati introdotti diversi emendamenti rispetto alla versione originale, dato che la Corte costituzionale portoghese aveva sollevato alcuni dubbi di legittimità in merito.

Un provvedimento sulla maternità surrogata è in discussione da tempo nel Paese. Nel 2017 era già stata promulgata una legge in merito, ma la discussione si è dovuta riaprire sul nodo dei diritti. Il Tribunale costituzionale portoghese aveva infatti posto alcuni veti di legittimità, in particolare sul ripensamento della madre “surrogata”. In merito a questo, la legge oggi approvata fissa un termine di 20 giorni dal parto, tempistica entro la quale la donna incinta ha diritto a ripensarci e a tenere il bambino.

La legge fissa anche altri criteri. Ad esempio, è preferibile che la madre surrogata abbia già avuto altri figli. Prima di iniziare il trattamento poi è necessario richiedere un parere anche al Collegio degli Psicologi, oltre che naturalmente al Collegio dei Medici.

Nella stessa serata, il presidente ha bloccato il provvedimento sull’eutanasia perché alcune sue disposizioni sarebbero imprecise. In particolare in un comunicato l’Ufficio della Presidenza ha chiesto all’Assemblea della Repubblica chiarimenti sui motivi per i quali sarebbe consentito accedere all’eutanasia; la richiesta, in particolare, è di specificare se si possa applicare l’interruzione medicalmente assistita solo in caso di “malattia mortale” o anche in caso di malanno “incurabile” o solo “grave“.

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA

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