Il re d’Olanda rinuncia alla carrozza dorata: “ricorda il passato coloniale”

Il sovrano ha deciso di parcheggiare la “Golden Couch” per via di un pannello raffigurante uomini neri inginocchiati davanti ai “padroni” bianchi

Per consentire al Paese di elaborare il suo passato coloniale il re Willem-Alexander ha deciso di rinunciare alla Golden Coach, la storica carrozza dorata, in quanto raffigura uomini neri inginocchiati davanti ai padroni bianchi.

«Non possiamo riscrivere il passato. Possiamo cercare di accettarlo insieme. Questo vale anche per il passato coloniale – ha detto in un messaggio video ufficiale il sovrano – fin quando ci saranno persone che nei Paesi Bassi avvertono quotidianamente il dolore della discriminazione, il passato getterà ancora la sua ombra sul presente».

Da lì la decisione di lasciare parcheggiato fino a nuovo ordine il Gouden Koets, la sontuosa carrozza reale utilizzata in occasione di cerimonie ufficiali quali matrimoni, battesimi e per condurre il monarca al Parlamento per il suo discorso annuale di apertura.

«Il Gouden Koets potrà essere nuovamente utilizzato solo quando i Paesi Bassi saranno pronti per questo. Attualmente non è il caso» ha sottolineato re Willem-Alexander. In realtà, la carrozza è inutilizzata dal 2015 e per cinque anni è rimasta ferma per il suo completo restauro, ed è stata poi esposta a Amsterdam, in una mostra dedicata al passo coloniale dell’Olanda.

Sul controverso dipinto della fiancata sinistra, intitolato Tributo dalle colonie, sono raffigurate persone nere e di origine asiatica, una di loro in ginocchio, nell’atto di offrire merci, come cacao e zucchero di canna, a una giovane donna bianca seduta su un trono che simboleggia l’Olanda. Il dipinto raffigura anche un ragazzo bianco che consegna un libro a un bambino nero.

Anche in Olanda, come in altri Paesi europei e non solo, è molto sentito il dibattito sul passato coloniale e la schiavitù, tronato al centro dell’opinione pubblica sulla scia delle proteste del movimento Black Lives Matter , in seguito all’uccisione di George Floyd nel maggio 2020.

di: Francesca LASI

FOTO: PIXABAY

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