ANM: “preoccupazione per la riforma dell’ordinamento giudiziario”

In un documento l’Associazione Nazionale Magistrati si dice preoccupata per la riforma elaborata dal Governo che “pur presentando alcuni aspetti condivisibili” introduce “alcuni istituti che rischiano di incidere profondamente sull’indipendenza e autonomia della magistratura”

L’ANM, l’Associazione Nazionale Magistrati, si dice preoccupata per la riforma dell’ordinamento giudiziario (leggi qui). «La riforma dell’ordinamento giudiziario elaborata dal Governo, pur presentando alcuni aspetti condivisibili, solleva forti preoccupazioni, per l’introduzione di alcuni istituti che rischiano di incidere profondamente sull’indipendenza ed autonomia della magistratura» scrive l’associazione.

Nel documento approvato dall’ANM si legge: «la riforma risulta interamente incentrata al perseguimento degli obiettivi di smaltimento dell’arretrato, imposti dal Pnrr che, più che ambiziosi, appaiono irraggiungibili nei tempi indicati e con le risorse a disposizione; tutta la riforma mira ad aumentare la sola quantità della risposta giudiziaria, senza riservare alcuna attenzione alla qualità».

L’associazione afferma di volere sì una giustizia più celere, ma non “sommaria”: «il complessivo impianto della riforma rischia di stravolgere il modello costituzionale del magistrato, incidendo profondamente sulla sua autonomia ed indipendenza, sia nei rapporti con gli altri poteri dello Stato, sia nei rapporti interni all’ordine giudiziario, con conseguente ripercussione sulla qualità della giurisdizione. Vogliamo una giustizia più celere, ma non vogliamo una giustizia sommaria, ispirata soltanto alla logica dei numeri e delle statistiche, com’è quella che emerge dall’impianto della riforma. C’è il pericolo – continua il documento – che attività fondamentali per l’amministrazione della giustizia vengano compresse senza un necessario bilanciamento con i diritti costituzionali che sono chiamate a garantire».

Tra le novità introdotte dalla riforma, la composizione del Consiglio superiore della magistratura che torna ad essere composto da 30 membri: tre di diritto (presidente della Repubblica; primo presidente di Cassazione; procuratore generale Cassazione); 20 togati di cui 10 laici; due di legittimità; cinque pm; 13 giudicanti.

Il sistema elettorale per i magistrati diventa misto: ci saranno due collegi binominali, che eleggono due componenti del Csm l’uno; è prevista una distribuzione proporzionale di cinque seggi a livello nazionale. Non sono previste liste per le candidature: il sistema si basa su candidature individuali e ciascuno presenterà la propria.

Sono cambiate anche le regole con cui Il Csm continuerà a nominare i magistrati destinati a incarichi direttivi e semidirettivi. Sarà obbligatorio procedere in ordine cronologico rispetto alle sedi vacanti, per evitare lunghe attese per procedere alle cosiddette “nomine a pacchetto”, cioè la spartizione di più posti tra le diverse correnti, con l’audizione di candidati. Il criterio dell’anzianità dovrà essere “residuale” rispetto alla valutazione del merito e delle attitudini per ciascun posto da ricoprire.

Stop alle porte girevoli. È vietato, infatti, esercitare contemporaneamente le funzioni giurisdizionali, nonché quelle legate a incarichi elettivi e governativi: il divieto riguarda sia le cariche elettive nazionali, sia quelle locali. I magistrati che sceglieranno di presentarsi alle elezioni non potranno farlo nelle regioni in cui hanno esercitato la funzione di giudice o di pubblico ministero nei tre anni precedenti. Al rientro dal mandato elettorale i magistrati non potranno più svolgere alcuna funzione giurisdizionale, ma saranno collocati fuori ruolo presso il ministro della Giustizia o altre amministrazioni. Questa norma vale anche per chi rientra da incarichi di governo non elettivi. Per chi si candida e non viene eletto ci sarà un periodo di “moratoria” di tre anni lontano dalle funzioni giurisdizionali prima di tornare a esercitarle; la stessa cosa accadrà per chi viene chiamato a ricoprire incarichi apicali presso i ministeri, con il ruolo di capo di gabinetto, segretario generale o capo dipartimento.

di: Francesca LASI

FOTO: ANSA/LUIGI MISTRULLI

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