“Nessuna giustizia”

Emessa la sentenza di primo grado per i quattro carnefici di Desireè Mariottini, la 16enne stuprata e uccisa nel quartiere San Lorenzo di Roma nell’ottobre del 2018. Due ergastoli, 27 e 24 anni le condanne ma la madre della giovane non è soddisfatta

Sono pesanti le condanne in primo grado per Mamadou Gara, Yussef Salia, Alinno China e Brian Minthe, i quattro cittadini africani accusati a vario titolo – dall’omicidio volontario alla violenza sessuale aggravata, alla cessione di stupefacenti a minori – della morte di Desireè Mariottini. Dopo 9 ore di camera di consiglio, i giudici della Terza Corte d’Assise di Roma hanno emesso ieri sera la sentenza: Gara e Salia sono stati condannati al carcere a vita, a China vanno 27 anni di reclusione sono stati inflitti ad Alinno China mentre per Minthe sono stati disposti 24 anni e 6 mesi. Per quest’ultimo la Corte aveva dapprima disposto la scarcerazione per l’accusa di droga ma nelle ultime ore è arrivata una nuova ordinanza cautelare per l’accusa di omicidio della minorenne.

I fatti che hanno portato alla sentenza risalgono all’ottobre del 2018. L’allora 16enne Desireè, residente a Cisterna di Latina con la nonna materna, la madre e una sorella più piccola, sparì il 17 ottobre dopo una strana telefonata con la nonna. «Ho perso l’autobus, resto a Roma da un’amica» – aveva detto, chiamando però da un’utenza privata, fatto che mise in allarme la famiglia. Il suo corpo venne ritrovato due giorni dopo su un lettino con sopra una coperta in uno stabile abbandonato nel quartiere romano di San Lorenzo. L’autopsia sul corpo della giovane aveva rivelato uso di stupefacenti e segni di rapporti sessuali, gli inquirenti avevano dunque ipotizzato che fosse stata abusata sessualmente quando non più cosciente a causa della droga e quindi non in grado di opporsi.

L’ipotesi era stata confermata dalla testimonianza di un ragazzo senegalese che aveva visto la 16enne sdraiata su una coperta, moribonda, forse già morta. «Una ragazza urlava – erano state le parole del ragazzo. – Ho guardato quella che urlava e c’era un’altra ragazza a letto: le avevano messo una coperta fino alla testa, ma si vedeva la testa. Non lo so se respirava ma sembrava già morta, perché l’altra ragazza urlava e diceva che era morta».

I quattro ieri condannati erano stati poi fermati pochi giorni dopo, il 25 ottobre, dalla Squadra mobile di Roma. Il loro coinvolgimento era stato poi confermato da tracce di Dna rinvenute sul luogo del ritrovamento, sotto le unghie e sugli abiti della vittima. Le indagini erano durate poco meno di un anno, chiuse dalla Procura di Roma il 21 giugno 2019, ed erano state coordinate dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pm Stefano Pizza. Il rinvio a giudizio per gli accusati era poi arrivato nell’ottobre del 2019.

Il processo, iniziato il 4 dicembre 2019, era poi stato spostato, vista la giovane età della vittima e i reati contestati, in un’aula bunker di Rebibbia e condotto a porte chiuse. Un anno dopo è arrivata la richiesta del procuratore e del pm: ergastolo per tutti e quattro gli imputati con isolamento diurno per un anno.

La sentenza di ieri, invece, ha disposto diversamente lasciando amareggiata la madre di Desireè, Barbara Mariottini: «mi attendevo quattro ergastoli, non sono soddisfatta di questa sentenza soprattutto perché uno degli imputati torna libero e questo non doveva succedere. Non ho avuto giustizia» – ha dichiarato subito dopo la pronuncia della Corte.

Un’amarezza confermata anche da quanto emerso nel corso delle indagini. L’ordinanza con cui il gip aveva disposto la carcerazione, infatti, affermava che il gruppo aveva agito con “pervicacia, crudeltà e disinvoltura” mostrando una “elevatissima pericolosità e non avendo avuto alcuna remora”. I quattro, infatti, avrebbero assicurato alla ragazza in crisi di astinenza di star assumendo un mix di tranquillanti e metadone. La miscela, rivelatasi mortale, invece, era composta da psicotropi che avrebbero determinato la perdita della capacità di reazione della giovane, permettendo al branco di compiere lo stupro. Secondo le testimonianze, inoltre, avrebbero impedito ai presenti nell’edificio fatiscente di chiamare i soccorsi. «Meglio che muore lei che noi in galera» – sarebbe stata la frase choc pronunciata.

di: Alessia MALCAUS

FOTO: ANSA

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