Ok alla riforma

È passata all’unanimità in Cdm la legge Cartabia

Il Consiglio dei Ministri ha approvato all’unanimità il testo della riforma del processo penale voluto dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia.

L’okay è arrivato ma il percorso è stato travagliato, tanto che si è reso necessario l’intervento di mediazione del premier Mario Draghi. Il dissenso è arrivato soprattutto dal M5S sulla prescrizione: i ministri pentastellati avevano minacciato l’astensione perché impossibilitati a comporre la frattura interna al Movimento che avrebbe reso possibile votare. Draghi ha cercato una soluzione con una lunga riunione su un dossier qualificante: è stata così accolta la proposta di citare espressamente i reati contro la Pubblica amministrazione tra i reati gravi per i quali i tempi della prescrizione processuale sono più lunghi, con particolare accenno a corruzione e concussione.

La mediazione, se da un lato ha permesso di ricomporre e ricondurre a bordo i Cinque Stelle, dall’altro ha causato maretta nella maggioranza: tensione tra i partiti del centrodestra e Italia Viva. Nello specifico, Forza Italia ha chiesto una sospensione del Cdm per approfondire. Quando alla fine la soluzione è arrivata, Mario Draghi ha chiesto espressamente ai partiti di maggioranza di dimostrare lealtà, in modo che il testo possa essere approvato in Parlamento: si tratta di un nodo fondamentale, perché la riforma della giustizia è uno dei nodi cruciali per il Recovery Plan. «Apprezzo il lavoro della ministra Cartabia, si è molto impegnata, ma io non canterei vittoria, non sono sorridente sull’aspetto della prescrizione, siamo ritornati a una anomalia italiana», è stato il commento aspro dell’ex premier Giuseppe Conte. Sulla stessa linea d’onda anche Alfonso Bonafede che rimarca la distanza dalla ministra Cartabia circa la prescrizione.

In un’intervista, Marta Cartabia si difende spiegando che la riforma è necessaria: non si tratta di trovare un compromesso politico ma di “svegliare gli anticorpi” del sistema immunitario della giustizia. «La riforma è ispirata al bilanciamento tra quelle due esigenze: fare giustizia, nel rispetto delle garanzie. Questo è ciò che ci chiede la Costituzione: bilanciamento fra principi, proporzionalità tra valori, equilibro tra esigenze in conflitto. E quando si parla di giustizia ritengo che l’equilibrio sia una virtù, non un demerito», ha spiegato. E parlando specificatamente della prescrizione, ha aggiunto: «giudizi lunghi recano un duplice danno: frustrano la domanda di giustizia delle vittime e ledono le garanzie degli imputati – e ha concluso: – qui non si tratta di concedere l’impunità a nessuno, bensì di fare in modo che in tutta Italia i processi arrivino a quella parola di giustizia in tempi certi».

Nello specifico, la riforma del processo penale elaborata da Cartabia tocca tutti i punti fondamentali della giustizia, dalla prescrizione all’appello, passando per indagini preliminari e misure alternative.

Per quanto riguarda la prescrizione, viene confermata la disciplina che prevede lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado sia in caso di condanna sia in caso di assoluzione. Si stabilisce una durata massima di due anni per i processi d’appello e di un anno per quelli di Cassazione. Viene prevista la possibilità di una proroga: un anno in appello e 6 mesi in Cassazione per processi complessi legati a reati gravi. Su quest’ultima definizione sono intervenuti i ministri pentastellati. Pertanto oltre ai precedenti, cioè associazione per delinquere semplice, di tipo mafioso, traffico di droga, violenza sessuale, sono stati inseriti anche corruzione e concussione. Rimangono esclusi ovviamente dalla prescrizione i reati punibili con l’ergastolo.

Un altro punto fondamentale è quello sulle indagini preliminari: la riforma stabilisce che il pubblico ministero possa chiedere il rinvio a giudizio dell’indagato solo quando gli elementi acquisiti consentono una “ragionevole previsione di condanna”. I termini di durata massima delle indagini sono rimodulati e, alla scadenza del termine di durata massima delle indagini, viene previsto un meccanismo di discovery degli atti, a garanzia dell’indagato e della vittima, anche per evitare la prescrizione del reato associato a un intervento del giudice per le indagini preliminari.

Per ciò che concerne i criteri di priorità, si dispone che gli uffici del pubblico ministero debbano individuare priorità trasparenti e predeterminate per garantire l’efficacia e l’uniformità dell’esercizio dell’azione penale. Le priorità dovranno essere indicate nei progetti organizzativi delle Procure e sottoposte all’approvazione del Consiglio Superiore della Magistratura.

Rimane saldo il principio della presunzione di non colpevolezza, pertanto la riforma prevede che la sola iscrizione del nominativo della persona nel registro delle notizie di reato non possa determinare effetti pregiudizievoli sul piano civile e amministrativo.

L’udienza preliminare è limitata ai reati particolarmente gravi e sono estese le ipotesi di citazioni diretta a giudizio. Toccherà al giudice pronunciare sentenza di non luogo a procedere quando gli elementi acquisiti non consentano una previsione di condanna “ragionevole“.

Viene confermata la possibilità in linea generale di presentare appello contro le sentenze di condanna e proscioglimento. Sono previste però alcune ipotesi di inappellabilità delle sentenze di primo grado: proscioglimento per reati puniti con pena pecuniaria e condanna al lavoro di pubblica utilità.

Uno dei punti più innovativi riguarda la Cassazione: la riforma introduce un nuovo mezzo di impugnazione straordinario davanti alla Cassazione, per dare esecuzione alle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo. Inoltre, si prevede la trattazione dei ricorsi con contraddittorio scritto, salva la richiesta formulata dalle parti di discussione orale in pubblica udienza o camera di consiglio partecipata.

Per quanto riguarda la querela, la possibilità di procedere a querela per specifici reati contro la persona e contro il patrimonio con pena non superiore nel minimo a due anni, è delegata al Governo. Viene fatta salva la procedibilità d’ufficio se la vittima è incapace per età o infermità.

Sempre il Governo viene delegato anche a effettuare una riforma organica della legge 689 del 1981, prevedendo l’applicazione, a titolo di pene sostitutive, del lavoro di pubblica utilità e di alcune misure alternative alla detenzione, attualmente di competenza del Tribunale di sorveglianza. Queste ultime saranno direttamente stabilite dal giudice della cognizione, il limite è fissato a quattro anni di pena. Esclusa in questo caso la sospensione condizionale per garantire una maggiore effettività all’esecuzione della pena.

Al Governo anche l’onere di estendere l’ambito di applicazione della causa di non punibilità ai reati puniti con pena edittale non superiore nel minimo a due anni, nel rispetto dell’articolo 131 Bis del Codice Penale, per evitare di celebrare processi per fatti di minore rilevanza sociale.

Il procedimento per le pene pecuniarie è stato oggetto di una razionalizzazione e semplificazione: la riforma mira a rivedere , secondo criteri di equità, efficienza ed effettività, i meccanismi e la procedura di conversione della pena pecuniaria in caso di mancato pagamento per insolvenza o insolvibilità del condannato e a prevedere procedure amministrative efficaci, che assicurino l’effettiva riscossione e conversione della pena pecuniaria in caso di mancato pagamento.

Il Governo può anche estendere l’ambito di applicazione dell’articolo 168 bis c.p. a specifici reati, puniti con pena detentiva non superiore a 6 anni, che si prestino a percorsi di riparazione. La richiesta di messa alla prova, che comporta la prestazione di lavori socialmente utili, potrebbe essere proposta anche dal pubblico ministero. Inoltre, il Governo è delegato a disciplinare in modo organico la giustizia riparativa: sia nell’interesse della vittima che dell’autore del reato, nel rispetto della direttiva europea 2012/29/UE. La riforma prevede l’accesso ai programmi di giustizia riparativa in ogni fase del procedimento, su base volontaria e con il consenso libero e informato della vittima e dell’autore e della positiva valutazione del giudice sull’utilità del programma in ambito penale. Inoltre sono previste la ritrattabilità del consenso, la confidenzialità delle dichiarazioni rese nel corso del programma di giustizia riparativa e la loro inutilizzabilità nel procedimento penale.

Infine, per quanto riguarda i procedimenti speciali, c’è da fare una distinizione. Per il patteggiamento, nel testo è previsto che l’accordo tra imputato e pubblico ministero possa estendersi alle pene accessorie e alla loro durata, nonché alla confisca facoltativa e alla determinazione del suo oggetto e ammontare, se la pena detentiva da applicare superi i due anni. Per il giudizio abbreviato, invece, si prevede che la pena inflitta sia ulteriormente ridotta di un sesto, nel caso di mancata proposizione di impugnazione da parte dell’imputato. Inoltre nel caso di mutamento del giudice o del collegio in un giudizio ordinario, si prevede che, nell’ipotesi di mutamento del giudice o di uno o più componenti del collegio, il giudice disponga, in caso di testimonianza acquisita con videoregistrazione, la riassunzione della prova solo quando lo ritenga necessario sulla base di specifiche esigenze.

La riforma Cartabia delega inoltre al Governo il compito di digitalizzare e rendere così più rapida ed efficiente la giustizia penale. È previsto nel testo che il deposito degli atti e le notifiche possano essere effettuate per via telematica tramite le nuove tecnologie informatiche, in modo da poter risparmiare notevolmente tempo di comunicazione.

di: Micaela FERRARO

FOTO: ANSA

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