Lucano condannato a 13 anni. Il Pm: “è giusto”

L’ex sindaco dovrà restituire 500 mila euro. Gli sono stati contestati 22 reati. Padre Zanotelli: “digiuniamo contro sentenza oscena”

L’ex sindaco di Riace Domenico Lucano è stato condannato a 13 anni e due mesi di reclusione a Locri, nell’ambito del processo “Xenia” sui presunti illeciti nella gestione dei migranti (ne abbiamo parlato qui).

La pubblica accusa aveva chiesto 7 anni e 11 mesi. Lucano dovrà anche restituire 500 mila euro riguardo i finanziamenti ricevuti dall’Unione Europea e dal Governo. Era imputato per associazione per delinquere, abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Esterrefatto padre Alex Zanotelli che, a nome del “Digiuno per la giustizia”, ha dichiarato: «il digiuno di questo mese è un urlo per la condanna a 13 anni di carcere a Domenico Lucano, uomo onesto, che ha fatto rinascere Riace, un paese semiabbandonato, accogliendo profughi». Padre Zanotelli ha annunciato che il prossimo sit in davanti ai Palazzi del potere a Roma sarà per protestare contro la sentenza e per chiedere lo stop delle politiche razziste nei confronti dei migranti.

Il pubblico ministero Michele Permunian in un’intervista a Repubblica ha spiegato perché non si tratta di una pena esagerata: «a Lucano sono stati contestati più di 22 reati. Il problema non sono i finti matrimoni. Qui ci sono varie forme di peculato, truffa aggravata a danno dell’Unione europea. E poi è stata riconosciuta l’associazione a delinquere con altre quattro persone. È un processo molto tecnico ma l’opinione pubblica non vuole capire. Quei 13 anni vengono percepiti come assurdi e sproporzionati ma non c’è volontà di conoscere le carte – ha spiegato – la pena ora sembra molto alta ma se si leggono il capo d’imputazione e i reati contestati, si scopre che non lo è. Se l’impianto accusatorio fosse caduto, la pena sarebbe stata al massimo di quattro o cinque anni. Ma nel caso di Lucano le accuse più gravi hanno retto. Si sono create quindi le condizioni per applicare il profilo della continuazione, l’articolo 81 del codice penale».

Il Pm conferma dunque il proprio giudizio ma ribadisce: «fortunatamente ci sono più gradi, se ho sbagliato, emergerà».

Di parere avverso l’avvocato Giuseppe Pisapia, che difende Lucano: «la sentenza è inaspettata e ingiusta per almeno tre motivi processuali. Lucano ha ammesso di aver fatto errori di carattere amministrativo, che però eventualmente riguardano il Tar o la Corte dei conti e non hanno rilevanza penale. Inoltre Lucano che ha rinunciato a essere candidato nel 2018 alle Politiche e nel 2019 alle Europee, ha seguito solo i suoi valori, gli stessi della Costituzione. Infine, perché un fatto sia reato ci vuole anche la consapevolezza di commettere un illecito. Ma le leggi sull’accoglienza sono complesse e mutevoli con diverse interpretazioni».

L’ex sindaco ha commentato con toni basiti: «questa è una vicenda inaudita. Sarò macchiato per sempre per colpe che non ho commesso. Mi aspettavo un’assoluzione – ha detto – grazie lo stesso ai miei avvocati per il lavoro che hanno svolto. Io, tra l’altro, non avrei avuto modo di pagare altri legali, non avendo disponibilità economica».

Ma Mimmo Lucano ha rincarato la dose: «quando parlano di associazione per delinquere dovevano mettere insieme a me anche il ministero degli Interni e la Prefettura di Reggio Calabria perché allora mi chiamavano ‘San Lucano’ in Prefettura perché gli risolvevo i problemi degli sbarchi. Perché a Riace c’era un’organizzazione dell’accoglienza, c’erano le associazioni, le coop e alla fine lo Stato mi ripaga dicendo che ho fatto l’associazione – ha dichiarato – anche loro sono partecipi perché mi chiedevano numeri altissimi per un piccolo borgo ai quali dicevo sì per la mia missione. E lo Stato come mi ripaga?».

In seguito ha aggiunto: «sono dispiaciuto. Non ho nessuna cosa nella vita se non l’orgoglio di avere, per anni, inseguito un’ideale e di aver fatto delle cose che mi davano una fortissima gratificazione, essere di aiuto a tantissime persone arrivate a Riace in fuga dalle guerre, dalla povertà. Questo dava valore a quello che stavo facendo, che non era una cosa persa. Nel mio immaginario era come dare un aiuto al mondo», ha detto, seduto al tavolino di un bar di piazza Municipio nel centro di Riace.

«Questa storia è piena di contraddizioni. Una è quella delle due relazione della Prefettura fortemente contrastanti. Nella prima, per la prima volta, si è tentato, quasi scientificamente, di delegittimare, anche a livello mediatico, il cosiddetto ‘modello Riace’, un piccolo paese che ribaltava il paradigma sull’accoglienza dove tutto è negativo e che è la causa di tutti i mali. Invece questo piccolo luogo quasi abbandonato faceva il contrario».

di: Micaela FERRARO

FOTO: ANSA

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