Sotto il fango

Bilancio tragico per le alluvioni e le frane che hanno interessato l’Indonesia nei giorni scorsi: si contano quasi 160 morti e si cercano i dispersi

Sarebbero almeno 157 i morti causati dagli effetti del ciclone tropicale Seroja in Indonesia e Timor Est, piccola repubblica del Sud-est asiatico. Il rapporto del Centro indonesiano per la gestione dei disastri conta anche decine di dispersi, mentre i soccorritori lottano contro il tempo per ritrovarli tra i detriti. Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa locali, si contano circa 30 vittime a Timor Est, le altre 130 nelle isole limitrofe.

Le piogge torrenziali che da sabato si stanno abbattendo sulla zona hanno causato inondazioni e smottamenti, con conseguenti ondate di fango che hanno spazzato via interi villaggi e distrutto diverse infrastrutture. Le zone più colpite sono quelle dell’arcipelago delle Piccole Isole della Sonda, nella provincia indonesiana di Nusa Tenggara orientale, dall’isola di Flores a quella di Timor, la cui parte occidentale appartiene all’Indonesia.

Per ordine del presidente indonesiano Joko Widodo sono stati messi in atto i piani di gestione delle emergenze per fornire assistenza sanitaria e logistica di base e per avviare la riparazione delle principali infrastrutture. Secondo il portavoce dell’Agenzia indonesiana per la gestione delle emergenze, Raditya Djati, il numero dei morti potrebbe continuare a salire: in particolare nel villaggio di Lamanele, nella parte orientale di Flores, ha raccontato, decine di case sono state sepolte dal fango e i residenti sono stati trascinati via dall’inondazione.

Secondo quanto dichiarato dal vice primo ministro di Timor Est, José Reis, questo è stato il peggiore evento degli ultimi 40 anni per il Paese. Reis ha spiegato che a causa delle inondazioni e dei forti venti sono crollate strade, sono caduti alberi ed è ancora difficile raggiungere alcune aree del Paese. In molte zone, inoltre, il servizio elettrico è stato interrotto. Si è allagato ed è rimasto senza elettricità anche il palazzo presidenziale, che si trova nella capitale Dili.

Le piogge superiori alla media in questa stagione sono modulate dal fenomeno de La Niña, il raffreddamento della temperatura delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico centrale ed orientale, che quest’anno ha raggiunto il picco tra dicembre 2020 e gennaio 2021. Le piogge che hanno interessato l’area sono state aggravate dall’arrivo del monsone di Nord-est e del ciclone Seroja. Quest’ultimo sembrerebbe, inoltre, destinato ad intensificarsi ulteriormente e si teme si possa spostare sull’Australia occidentale.

L’arcipelago indonesiano, purtroppo, è molto spesso teatro di questo tipo di catastrofi naturali. Lo scorso febbraio la capitale Jakarta, insieme alle province limitrofe di Bekasi e Karawang (Giava occidentale), Ciledug, Karawaci e Serpong (Banten), era stata colpita da piogge torrenziali con accumuli fino ai 150 millimetri al giorno, un evento considerato estremo. Il bilancio contava, nella sola Jakarta, cinque morti, di cui quattro bambini, e 1.700 persone sfollate. Un enorme smottamento, invece, aveva seppellito una piantagione di tè vicino al villaggio di Tenjolaya, nel distretto di Ciwidey, distante circa 40 km da Bandung, capitale del West Java. L’area, di proprietà della PT Cakra, una compagnia locale dedita alla coltivazione delle piante da tè, ospitava circa 2.000 persone e la frana aveva causato 15 morti e decine di dispersi sotto il fango.

Il mese prima, a gennaio, era stata la volta del villaggio di Cihanjuang, Sumedang West, nell’isola di Java, sommerso da una frana di fango. Il bilancio provvisorio contava oltre 12 morti e un numero indefinitivo di dispersi. La stessa Jakarta era stata colpita, nel gennaio del 2020, da una delle peggiori stagioni monsoniche dell’ultimo decennio arrivando a contare 53 morti e 400 mila persone rifugiate nelle poche zone della città non allagate.

Tutto il Sud-est asiatico è da sempre vittima di eventi naturali estremi. Senza andare troppo indietro nel tempo, nell’ottobre del 2020 i forti acquazzoni che si sono abbattuti su Cambogia, Laos e Vietnam hanno causato più di 100 morti, decine di dispersi, migliaia di sfollati e innumerevoli risorse alimentari andate perdute. Una situazione già grave a causa dell’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia di Covid-19 è così diventata tragica. Uno scenario che sembra destinato a peggiorare sempre di più. Basti considerare che, secondo quanto stimato dall’Agenzia nazionale per la gestione delle emergenze, la metà della popolazione indonesiana, circa 125 milioni di persone, viva in aree a rischio di smottamenti.

I movimenti ambientalisti puntano il dito contro l’azione dell’uomo: da una parte gli smottamenti sono dovuti alla deforestazione massiccia, dall’altra la sempre maggiore aggressività e frequenza di questi eventi meteorologici estremi potrebbe essere causata dal surriscaldamento globale. Negli ultimi anni la comunità scientifica ha approfondito il tema della correlazione tra attività antropiche, in particolare emissioni di CO2, e variabilità naturale del clima. Gli studi pubblicati fino a questo momento, però, si sono mossi in modo cauto ipotizzando ma non ammettendo un nesso di causalità definitivo tra azione umana ed evento.

Emergenza dentro l’emergenza: a preoccupare è anche il fenomeno delle migrazioni e degli spostamenti interni. Secondo il Centro di monitoraggio degli spostamenti interni (IDMC), con sede in Svizzera, nei primi sei mesi del 2020 i disastri naturali, in più di 120 paesi, hanno costretto allo spostamento circa 9,8 milioni di persone.

di: Alessia MALCAUS

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