I can’t breathe

Riflettori accesi su Minneapolis: al via il processo a Derek Chauvin per la morte di George Floyd. La città è stata blindata, l’esito del processo potrebbe portare a nuove rivolte antirazziste

«Un referendum sulla giustizia americana». Parte oggi nelle aule di tribunale della contea di Hennepin, in Minnesota, il processo più atteso d’America che vedrà al banco degli imputati l’agente di polizia Derek Chauvin, accusato della morte di George Floyd.

George Floyd, 46enne afroamericano, era stato fermato dalla polizia di Minneapolis lo scorso 25 maggio dopo che il dipendente di un negozio lo aveva accusato di aver usato una banconota da 20 dollari contraffatta per acquistare un pacchetto di sigarette. L’accaduto era stato registrato inizialmente con lo smartphone dal conducente di un’auto vicina, a cui si erano poi aggiunti diversi passanti. Nei video, che hanno fatto il giro del mondo, si vede uno degli agenti intervenuti, Derek Chauvin, costringere Floyd a terra per ammanettarlo, tenendolo bloccato con un ginocchio sul collo. Nonostante le ripetute richieste di aiuto – e l’ormai tristemente nota frase “I can’t breathe” – Floyd venne tenuto in quella posizione per 8 minuti e 46 secondi, prima di essere rilasciato ormai privo di coscienza e condotto all’Hennepin County Medical Center, dove venne dichiarato morto.

Chauvin è ora accusato di tre reati: omicidio involontario, omicidio di secondo grado e omicidio con “disprezzo” del valore della vita, accusa esistente solo nello Stato del Minnesota. Se dovesse venire giudicato colpevole per tutti e tre i reati, che verranno in ogni caso valutati separatamente, il massimo della pena arriverebbe a 75 anni, rappresentando per lui quindi l’ergastolo.

I giurati che compongono la giuria popolare al processo sono 14, comprese due riserve. Ne fanno parte 9 donne e cinque uomini, di cui quattro afroamericani e due di razza mista. La formazione della giuria è stata particolarmente complessa, si è infatti cercato di scegliere persone che non avessero preconcetti sull’accaduto. Tutti i giurati, infatti, ad eccezione di un chimico di 20 anni, hanno affermato di aver visto il video che riprende l’agente Chauvin inginocchiarsi sul collo di Floyd, a quel punto già ammanettato e sofferente, ai tempi trasmesso in diretta streaming su Facebook da un passante e poi ripreso dai media di tutto il mondo.

Lo stesso video shock che è stato proiettato questa mattina in fase d’apertura del processo. Alla proiezione sono seguite prime le dichiarazione dell’accusa e della difesa e, successivamente, le testimonianze: la prima è stata la dipendente del numero delle emergenze 911 che ha assistito all’arresto. «Dopo alcuni minuti ho capito che qualcosa non andava» – avrebbe raccontato – «e ho fatto quello che non avevo mai fatto in vita mia: chiamare la polizia perché intervenisse su altri poliziotti».

Prima dell’inizio del processo, in memoria di George Floyd e della sua morte, questa mattina alle 8.46 i familiari si sono inginocchiati davanti al tribunale per 8 minuti e 46 secondi. «Noi ci inginocchiamo per 8 minuti e 46 secondi, e per tutto questo tempo noi vogliamo che pensiate perché Chauvin non ha sollevato il suo ginocchio» – ha detto il leader per i diritti civili, il reverendo Al Sharpton, alla conferenza stampa tenutasi immediatamente prima.

«L’America chiede giustizia, il mondo intero ci sta guardando» – ha affermato Benjamin Crump, uno degli avvocati che rappresentano la famiglia di George Floyd. – «Questo assassinio non è un caso difficile da giudicare. L’unica cosa che ha ucciso George Floyd è stata un abuso di forza eccessiva» – ha concluso, in riferimento alle dichiarazioni della difesa secondo le quali la morte di Floyd sarebbe stata causata da problemi cardiaci preesistenti e dall’uso di droghe fatto in passato.

Nel frattempo la città di Minneapolis è stata blindata per timore di nuove rivolte. La diffusione delle immagini che coinvolgevano Floyd e Chauvin, infatti, aveva sin da subito generato indignazione e manifestazioni, inizialmente pacifiche, a Minneapolis e in tutti gli Stati Uniti d’America. Milioni di persone erano scese in strada per protestare contro l’abuso di potere, la brutalità e il comportamento razzista della polizia. Eventi simili, infatti, erano già accaduti in precedenza. Basti ricordare le morti di Eric Garner, Breonna Taylor e Daniel Prude, quasi senza conseguenze per i poliziotti coinvolti. Il 27 maggio 2020, a due giorni dalla morte di Floyd, il movimento Black Lives Matter aveva organizzato una commemorazione nella città di Los Angeles. Erano seguiti eventi simili a New York, Detroit, Atlanta, Portland, Richmond, Oakland e San Jose. La deriva violenta delle manifestazioni aveva reso necessario l’intervento della Guardia nazionale, soprattutto dopo che le autorità di Minneapolis avevano dichiarato di aver perso il controllo sugli epicentri della rivolta.

Ora tutto il mondo ha gli occhi puntati sulla città del Minnesota, in attesa dell’esito del processo che verrà trasmesso in diretta televisiva dall’emittente Court TV.

Nel frattempo la famiglia di George Floyd, a cui la città di Minneapolis consegnerà un risarcimento da 27 milioni di dollari, chiede giustizia. «Abbiamo bisogno di una condanna» – ha detto Philonise Floyd, fratello di George, alla veglia organizzata domenica presso la Chiesa Battista Greater Friendship Missionary, a sud di Minneapolis. – «Non dovrebbero esserci due sistemi di giustizia. Non dovrebbe esserci un sistema gli Stati Uniti bianchi e un altro per gli Stati Uniti neri. Noi siamo un Paese solo».

di: Alessia MALCAUS

FOTO: ANSA/AFP/Kerem Yucel

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