Fine pena mai

La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale l’ergastolo ostativo. Ora il Parlamento ha un anno di tempo per modificare la disciplina

L’ergastolo ostativo previsto per boss e affiliati alla mafia non è compatibile con la Costituzione. Ad affermarlo è la Corte Costituzionale che, nelle prossime settimane, pubblicherà un’ordinanza spiegando i motivi della dichiarazione. Secondo quanto emerso fino ad ora, l’attuale disciplina dell’ergastolo sarebbe in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione.

La questione era stata sollevata su richiesta dell’avvocata Giovanna Araniti, legale di un uomo condannato a vita per reati di mafia che, per il fatto di non aver collaborato con la giustizia, si è visto negare a priori la liberazione condizionale. Già nell’ottobre del 2019 era stata emessa un’ordinanza che dichiarava incostituzionale la negazione automatica dei permessi premio agli ergastolani mafiosi non pentiti.

L’ergastolo ostativo è attualmente disciplinato dall’articolo 4 bis dell’Ordinamento penitenziario italiano e prevede l’inapplicabilità di benefici, quali ad esempio la liberazione condizionale, il lavoro all’esterno o i permessi premio, a quei soggetti ritenuti colpevoli di reati particolarmente efferati come i delitti di criminalità organizzata, terrorismo, eversione, nel caso in cui non collaborino con la giustizia o la loro collaborazione venga ritenuta irrilevante. Il provvedimento, dunque, al suo stato attuale, non tiene conto dell’eventuale ravvedimento del reo, stabilendo nei fatti un “fine pena mai”.

Ora, secondo la Corte Costituzionale, l’articolo 4 bis si scontrerebbe contro l’articolo 3 della Costituzione, il famoso “tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge”, e l’articolo 27 che recita: «le pene non possono consistere in trattamenti
contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato
». Una rieducazione che, ad oggi, risulta negata.

La decisione in merito all’incostituzionalità del provvedimento penale non può essere definita inaspettata. Quando alla guida del ministero della Giustizia c’era Alfonso Bonafede, infatti, ben due pareri dell’ufficio legislativo interno al dicastero prevedevano la possibilità che la questione di incostituzionalità dell’ergastolo ostativo potesse essere accolta dalla Consulta. A tal proposito si era espressa anche la Corte europea per i diritti umani (CEDU) ritenendo l’ergastolo ostativo in contrasto con la Convenzione europea dei diritti umani che esclude trattamenti inumani e degradanti.

A maggio 2022, quindi, la norma che disciplina l’ergastolo ostativo verrà definitivamente cancellata. Il Parlamento ha un anno di tempo per elaborare ed approvare una nuova legge. Non sfuggono all’attenzione dei più le conseguenze che il provvedimento della Corte Costituzionale potrebbe avere sulla lotta alla mafia se l’organo legislativo decidesse di temporeggiare al riguardo. Proprio questa preoccupazione è al centro della decisione della Consulta di aspettare il prossimo anno per intervenire in prima persona: come si legge nel comunicato stampa, infatti, «l’accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata».

La maggioranza di governo, nel frattempo, si è già spaccata in seno alla questione: per il premier della Lega Matteo Salvini, l’ergastolo non si tocca; di opinione simile i parlamentari del Movimento5Stelle facenti parte delle commissioni Antimafia e Giustizia. Dal canto suo il Pd definisce saggia la scelta della Consulta di dare tempo al Parlamento per intervenire.

«Dopo la decisione della Consulta che solleva dubbi di costituzionalità sull’ergastolo ostativo, mi auguro che il legislatore intervenga presto in modo però da non pregiudicare l’efficacia di una normativa antimafia costata la vita a tanti uomini delle istituzioni» – ha dichiarato Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone e presidente della fondazione a lui intitolata. – «Chiunque abbia una conoscenza minima del mondo mafioso però sa che solo la collaborazione con la giustizia spezza i legami tra l’uomo d’onore e il clan. Concedere la libertà condizionale o altri benefici a prescindere dalla scelta netta della piena collaborazione sarebbe un errore pericolosissimo. Come sarebbe sbagliato e grave lasciare ai giudici, sovraesponendoli, la discrezionalità di scegliere caso per caso. Indagini recenti, ma gli esempi che potrei citare sono tantissimi dimostrano quanto la materia sia insidiosa. Solo qualche mese fa è venuto fuori da un’indagine che un killer della Stidda, condannato all’ergastolo per aver ucciso il giudice Livatino, al quale erano stati concessi permessi premio sulla base di un presunto ravvedimento, appena tornato nel suo ambiente è tornato alla guida del clan».

«L’incostituzionalità è accertata e non si potrà tornare indietro» – ha invece commentato Antigone, l’associazione per la tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario con sede a Roma.

Questo non è il primo caso in cui la Corte Costituzionale si esprime in senso negativo dando al Parlamento il tempo di agire di conseguenza. In particolare si possono ricordare i casi del suicidio assistito di Dj Fabo e del carcere per i giornalisti condannati per diffamazione.

di: Alessia MALCAUS

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