Regeni: al via processo agli 007

Sequestro e concorso in omicidio: queste le accuse per i quattro egiziani nell’ambito del processo per la morte di Giulio Regeni. Primo nodo da affrontare sarà la mancata notifica agli imputati

Si apre oggi, 14 ottobre, in un’aula bunker di Rebibbia, Roma, il processo ai quattro agenti egiziani accusati del sequestro e dell’omicidio di Giulio Regeni (leggi qui). In aula saranno presenti anche i genitori del ragazzo, Paola e Claudio Regeni, da anni in lotta per ottenere giustizia. La Presidenza del Consiglio si costituirà parte civile (leggi qui).

«La famiglia Regeni – si legge in una nota dei pentastellati della Commissione Esteri di Palazzo Madama, il presidente Vito Petrocelli, il capogruppo Gianluca Ferrara, le senatrici Paola Taverna e Simona Nocerino e il senatore Alberto Airola – e l’Italia tutta hanno diritto a conoscere le verità sulla morte di Giulio. L’avvio del processo segna un passo fondamentale verso l’accertamento di un quadro giuridicamente fondato su quanto accaduto. La scarsa collaborazione dell’Egitto, che solo grazie all’incessante impegno della nostra diplomazia ha fornito ai magistrati italiani documenti utili a individuare i quattro imputati appartenenti alla National Security egiziana, è un dato di fatto che a nostro giudizio rende difficili i normali rapporti con quel Paese».

Gli 007 imputati sono il generale Sabir Tariq e i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Tutti e quattro sono accusati di sequestro di persona, mentre Abdelal Sharif risponde anche dell’accusa di lesioni e concorso in omicidio per la morte del ricercatore ucciso nel 2016 a Il Cairo.

La prima udienza, davanti alla terza Corte d’Assise, ruoterà intorno alla loro assenza in aula. Come durante l’udienza preliminare, infatti, la prima questione da affrontare sarà l’irreperibilità e la mancata notifica agli imputati. Le autorità egiziane, infatti, non hanno mai fornito gli indirizzi utili a dare notizia degli atti del processo.

Nel caso in cui venisse stabilito che i quattro si sono “volontariamente sottratti” al processo allora il giudizio potrà entrare nel vivo. Tuttavia, come sottolineato a maggio dal gup Pierluigi Balestrieri, “la copertura mediatica capillare e straordinaria ha fatto assurgere la notizia della pendenza del processo a fatto notorio”. La possibilità che gli imputati non siano a conoscenza del processo a loro carico appare, dunque, remota.

Giulio Regeni venne rapito il 25 gennaio del 2016. Il suo corpo venne ritrovato solo 9 giorni dopo, sulla strada di collegamento tra Il Cairo e Alessandria. Diverse le teorie avanzate dalle autorità giudiziarie, sembra per insabbiare il caso: incidente stradale, una rapina finita male, sospetto spionaggio, fino al coinvolgimento in un giro di spaccio di droga e festini gay.

Il 24 marzo le autorità fornirono un’ulteriore ricostruzione: Regeni sarebbe stato visto mentre litigava con un vicino e i suoi documenti vennero trovati nella casa del capo di una banda di cinque criminali, uccisi in una sparatoria da alcuni ufficiali della National Security egiziana, alla periferia della capitale. Dietro l’omicidio, dunque, ci sarebbero stati i malviventi.

Diversa, invece, la ricostruzione proposta dalla Procura di Roma. Giulio sarebbe stato messo sotto osservazione da polizia e servizi segreti egiziani diverse settimane prima del rapimento. Una teoria avallata dai tabulati telefonici che proverebbero i contatti tra gli agenti che si erano occupati di tenere sotto controllo Giulio tra dicembre 2015 e gennaio 2016, e gli ufficiali dei servizi segreti coinvolti nella sparatoria con la presunta banda di criminali uccisi nel marzo 2016 a cui gli egiziani provarono ad attribuire l’omicidio.

L’ipotesi finale delle autorità italiane, dunque, è che il ricercatore sia stato torturato e ucciso dopo esser stato segnalato come spia alla National Security dal sindacalista degli ambulanti, Mohammed Abdallah, che aveva incontrato nell’ambito dei suoi studi.

di: Alessia MALCAUS

FOTO: ANSA

Rispondi