Indagini chiuse

Sono 69 gli avvisi di conclusione delle indagini sul crollo del Ponte Morandi consegnate in queste ore dalla Guardia di Finanza

Dopo quasi tre anni dalla tragedia, la Procura di Genova chiude le indagini per il crollo del Ponte Morandi. In queste ultime ore la Guardia di Finanza sta consegnando gli avvisi di conclusione delle indagini: sono 69 in tutto, tra manager e tecnici delle aziende, ex e attuali dirigenti e tecnici del ministero delle Infrastrutture e del provveditorato. A questi si aggiungono le due società del gruppo Benetton coinvolte, Aspi e Spea.

Come tutti ricorderanno, il 14 agosto 2018 il viadotto autostradale della A10 crollò causando la morte di 43 persone. Nell’arco di questi anni sono stati condotti due incidenti probatori sull’accaduto, uno sulle condizioni strutturali del viadotto e uno sulle cause del crollo.

Le indagini, condotte dai pubblici ministeri Massimo Terrile e Walter Cotugno, insieme all’aggiunto Paolo D’Ovidio, inoltre, hanno portato alla luce il modus operandi del management dell’azienda, improntato al risparmio sulle manutenzioni in modo da aumentare i dividendi dei soci. Una cattiva gestione che non si limitava al viadotto genovese: la Procura ha, infatti, aperto diversi fascicoli in merito a falsi report sullo stato di salute di diversi viadotti.

A collaborare alle indagini sono stati il professor Pier Giorgio Malerba e l’ingegner Renato Buratti, consulenti della Procura di Genova. Le accuse mosse dal report consegnato sono di incoscienza, negligenza, immobilismo, comunicazioni incomplete, equivoche, fuorvianti, e manutenzioni inadeguate. Le indagini hanno coinvolto oltre 200 testimoni, migliaia di intercettazioni, delle quali 480 accolte dal giudice, 60 terabyte di materiale sequestrato da computer e telefonini, quasi 2.000 pagine complessive di accuse.

Tutti i filoni di indagine hanno coinvolto l’ex Amministratore delegato di Aspi, Giovanni Castellucci, e altri dirigenti tra i quali Paolo Berti e Michele Donferri Mitelli.

La chiusura delle indagini arriva qualche giorno la notizia delle intercettazioni grazie alle quali si è scoperto che Roberto Salvi, il funzionario incaricato di valutare il grado di rischio del Ponte Morandi, non aveva mai messo messo piede a Genova. Sin dal 2013, infatti, il viadotto era indicato come a rischio crollo per ritardate manutenzioni.

Il 28 marzo 2019 Roberto Salvi, membro operativo del risk management di Autostrade, era appena stato consultato dalla Guardia di Finanza per analisi sulla redazione del Catalogo dei rischi aziendali di Atlantia. «Io non ci ero mai andato a Genova a vedere questo ponte mi han detto: ‘Fai l’analisi dei rischi catastrofali. E io: ok» – avrebbe commentato Salvi al telefono con il padre, secondo le intercettazioni. – «Mi sono posto il problema e sono andato da quello che si occupa dei ponti. Gli ho chiesto: dov’ è che potrebbe avvenire una catastrofe? Lui mi ha aperto il computer e mi ha fatto vedere: ‘Ecco, qui’. Finito. È così che è nata».

Proprio il catalogo dei rischi è stato ritenuto dalla Procura di Genova un documento cruciale: nel 2015 dalla dicitura scompare la causa, ovvero le ritardate manutenzioni; nel 2016 il rischio crollo viene sostituito dalla perdita di funzionalità statica del viadotto Polcevera. Il rischio crollo veniva valutato basso ogni anno, sulla base dei dati forniti da sensori montati sul Morandi. Come scoperto successivamente, i sensori non esistevano neanche: erano infatti stati tranciati durante un cantiere da operai di Pavimental, società controllata da Autostrade, e mai più riattivati. «Io ero convinto che ci fossero e che fornissero informazioni alla Direzione di Tronco» – aveva ammesso Salvi durante la chiamata al genitore. – «Il sensore è come se tu la notte tremi e hai la mano appoggiata a me, io lo sento che tremi. Invece il maresciallo mi ha detto che non c’erano sensori. E mi ha chiesto se questo oggi cambierebbe la mia valutazione. E certo che la cambierebbe!».  

di: Alessia MALCAUS

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